LA DOMINAZIONE BAGLIONESCA

    Nel mezzo delle guerre fra le varie signorie della penisola e delle lotte tra le fazioni assisane, la storia di Torre d'Andrea entra per la prima volta in quella dell'Umbria intorno alla metà del sec. XV.
Verso la fine di giugno del 1438, infatti, Assisi, dopo tante altre dominazioni che l'avevano martoriata e avvilita, era volontariamente passata sotto Francesco Sforza, con ira grandissima dei Perugini, soprattutto dei Bracceschi (per i quali parteggiava, però, l'assisana "Parte di sopra") e del venturiero Nicolò Piccinino, "emulo fierissimo dello Sforza".
Tuttavia, come scrive il Cristofani,"Non furono, durante il dominio dello Sforza, men triste le condizioni d'Assisi, di quello che state fossero sotto il governo del Fortebraccio e del Papa".
Ne Francesco Sforza "poteva darsi molto pensiero di chi alla fede e virtù sua erasi commesso", impegnato com'era "di continuo nelle lunghe e molteplici guerre che si combatterono fra i Visconti, i Veneziani e i Fiorentini".
Cosicche, presa la città, il conte milanese vi lasciò come suo luogotenente ser Benedetto degli Agapiti da Pisa. Avvenne, però, che nel settembre di quel 1438 le truppe mercenarie di Francesco Piccinino si erano accampate nelle vicinanze di Assisi, facendovi guasti di ogni genere, che si ripeterono nella primavera dell'anno successivo "Tante miserie - scrive ancora il Cristofani - parvero toccare il cuore allo Sforza", che poco di poi commise la guardia della città ad Alessandro suo fratello, e questi vi fermò stanza con un presidio nella rocca, e vi tenea nome ed uffizio di governatore.
Ma gli attriti fra Assisani e Perugini non erano diminuiti.
Il fuoco ardeva ancora sotto la cenere. Bastava un nulla per ridestarlo.
E i motivi non mancarono: la rioccupazione da parte degli uomini di Assisi (e segnatamente di quelli del castello di Palazzo, sempre fedeli alla parte assisana) del castello Torranca - che i Perugini avevano strappato agli assisani nel 1414 e in parte distrutto - e alcune offese arrecate da Assisi a Perugia, come la spoliazione di Giacoma, vedova di Malatesta Baglioni.
Sul fuoco dei contrasti tra Assisi e Perugia soffiarono altresì, gli indomiti fuoriusciti assisani di "Parte di Sopra " che da quando lo Sforza s'era insediato in Assisi, erano stati costretti a lasciar la città con somma soddisfazione dei Fiumi e di quelli di "Parte di sotto".
Ma le cose si fecero ancor meno rassicuranti per lo Sforza e i suoi sostenitori, allorché papa Eugenio IV che vedeva ormai negli Sforzeschi, suoi vecchi alleati, degli autentici antagonisti, essendo ormai divenuti veri e propri dominatori di terre e città dello Stato della Chiesa - nel 1441 decise di assoldare il capitano di ventura Nicolò Piccinino per far guerra agli Sforzeschi.
Non c'era allora, probabilmente, nemico più acerrimo di lui nei riguardi di questi: "Il venturier perugino, erede della riputazione ed autorità di Braccio, odiava mortalmente - fa notare il Cristofani - Assisi e come avversa a Perugia sua patria, e come quella ch'erasi spontaneamente data allo Sforza, suo fortunato rivale presso il duca Filippo Maria Visconti".
Passato al servizio del Papa, il Piccinino, dopo aver ripreso allo Sforza Città di Castello, mosse con le sue truppe mercenarie alla volta di Assisi.
Entrò nel territorio di Bettona e occupò Costano.
Più tardi si diresse verso Bastia, Petrignano, Sterpeto, S. Gregorio, Torchiagina, Rocca S. Angelo, Palazzo e gli altri castelli situati a settentrione di Assisi arrecando a questi i più gravi danni possibili.
Resistettero alle sue soldataglie soltanto Valfabbrica e Palazzo.
Dopo alternarsi di scontri e brevi pause, la lotta si fece più che mai accanita sul finir di quell'anno.
Agli ultimi di ottobre, infatti, il Piccinino cingeva d'assedio la città di Assisi con ben 20.000 uomini tra fanti e cavalieri, determinato più che mai a conquistarla e a saccheggiarla per dare ai suoi soldati il lauto bottino promesso.
Nonostante l'eroica resistenza degli assisani, la città cadde, infine, nelle mani del Piccinino che la fece mettere a sacco dalle sue fameliche orde.
Restavano ancora soltanto le rocche nelle mani dello Sforza e di pochi fedelissimi.
Ma poi Alessandro, vistosi perduto e disperando ormai di ricevere gli indispensabili aiuti da parte del fratello, la notte del 4 dicembre 1442 nascostamente fuggiva verso la Marca, guidato per luoghi selvaggi e a lui sconosciuti dall'assisano Guido Fiumi.
Conquistate, così, anche le rocche, la città era ormai tutta nelle mani del Piccinino, il quale - nonostante la Chiesa avesse solennemente dichiarato di riprendersela - ne trasmetteva il possesso ai propri figli Jacopo e Francesco.
Sorte simile ebbero alcuni castelli dell'assisano.
Sterpeto passava, infatti, al napoletano Antonello della Torre, seguace del Piccinino, e poi al perugino Braccio Baglioni, che occupò il castello per ordine del medesimo Piccinino, dopo che Antonello era stato "trovato reo d'un segreto trattato con lo Sforza".
Il Baglioni, per volere del Piccinino, occupò altri castelli; tra questi, Torre Chiagina e Torre d'Andrea.

LA SIGNORIA DI BRACCIO I BAGLIONI

    Nel 1443 aveva così inizio la signoria dei Baglioni su Tordandrea che sarebbe durata fino all'anno 1600, salvo una breve interruzione, determinata dalla rioccupazione del castello della Torre da parte di Andrea degli Abbati, il quale, "mal sofferendo che dopo averlo posseduto lungo tempo, essendo proprio, glielo avesse usurpato Braccio Baglione, travestitosi, li 24 xbre 1463 glie lo ritolse".
La Torre, però, "ritornò a Braccio datagli per Breve di Sisto IV dei 6 ottobre 1476 per i servizi prestati alla Santa Sede", dopo essere stata tolta dal Marchese degli Abbati "per essere stato ribelle della Romana Chiesa e della Città di Assisi sua Patria".
L'8 dicembre del 1479 moriva Braccio I Baglioni.
Due anni prima, suo figlio Grifone era stato ucciso presso Cantiano.
Il figlio postumo di quest'ultimo, Grifonetto, era ancora in tenerissima età e verrà anche egli ucciso, poco più che ventenne, in seguito alle "nozze rosse", tristemente famose, che scatenarono odi e vendette fra i perugini Baglioni.

LA SIGNORIA DI BRACCIO II

    A Grifonetto succederà il figlio Braccio II, che, per i servizi prestati alla Chiesa in varie guerre, nel 1515 ebbe da Papa Leone X il titolo di "Marchese della Torre d'Andrea".
Braccio II fu il primo illuminato signore della Torre.
Volle che si promulgasse, fra l'altro, un primo statuto dei "Danni dati" di Torre d'Andrea nel 1534, che poi fece perfezionare, ampliare ed egli stesso approvò e sottoscrisse l'ultimo di Luglio del 1549.
Dopo di lui, la Torre d'Andrea si chiamerà anche la "Torre di Braccio", cosa che si verificò almeno fino al secolo XVIII.
Braccio II fu sicuramente più volte a Tordandrea, e seguì le vicende e i problemi della Torre.
Ogni sei mesi Braccio provvedeva alla nomina del podestà della Torre.
Ai priori della Torre il Baglioni esprimeva ogni tanto tutta la sua gratitudine per le manifestazioni di omaggio, anche in natura, cui era fatto segno da parte dei sudditi.
Nel 1559 Braccio II moriva e la vedova Costanza, ai priori e ai cittadini della Torre che le avevano fatto pervenire sentite condoglianze, ringraziava.

I SUCCESSORI DI BRACCIO II

    Braccio II lasciava tre figli maschi: Grifone, Carlo e Federico, ma solo i primi due dovettero interessarsi del governo del marchesato della Torre Forse perché Federico era tutto preso dall'arte della guerra: morirà, infatti, combattendo contro i Turchi nella famosa battaglia di Famagosta del 1571. Sono, invero, Grifone e Carlo che il 3 novembre 1559, da Montecologna, comunicano ai priori della Torre d'Andrea l'arrivo del nuovo podestà ser Girolamo Faustini, loro luogotenente e si raccomandano di risvegliarli la dovuta accoglienza, nonché di aver cura del castello e di far fare "le guerre solite".
Dai vari documenti risulta, però, che più di essi doveva prendersi cura del castello la mamma Costanza, la quale inviava frequenti lettere ai priori o al podestà perché avessero a cuore le sorti del marchesato e non trascurassero i suoi "carissimi" sudditi.
Sarà ancora lei, infatti, il 22 settembre del 1572, ad annunciare la venuta alla Torre del "Sig. Carlo, mio figlio".
Ma nel 1574 Costanza muore e da quell'anno figura solamente Grifone quale signore della Torre.
Almeno dal 1581 gli succede Galeotto Baglioni.
Dall' anno 1591 un importante bando di Galeotto, recante il divieto di "portare alcuna sorte d'arme, né di giorno, né di notte, né in campagna, né meno dentro al Castello" senza espressa licenza rilasciata per iscritto da Sua Signoria Ill.ma.
Gli ultimi Baglioni a risultare quali signori della Torre sono Braccio e Carlo, nipoti di Galeotto, i quali nell'anno 1600 vendono il marchesato a Giulio de' Conti di Montauto.